Perché me ne sono andato dall’Italia.

Inizio affermando che “NO!“. Non sono uno di quegli emigrati che ripudiano la madre terra, che si fanno prendere dalla nausea nel veder rotolare un pallone mentre fanno zapping ossessivo-compulsivo alla TV, o che alzano il sopracciglio in segno di disprezzo quando sentono parlare di pasta, soppressata, cannoli o qualsiasi altra pietanza tradizionale italiana.

Anzi.

L’Italia è il paese più bello e variegato che abbia mai visitato. Lo dico con cognizione di causa quanto meno sufficiente, avendo avuto la fortuna di viaggiare molto durante gli ultimi 33 anni. La facilità e la velocità con cui si passa da scenografie incantate di mare a quelle di montagna, non hanno eguali nel mondo. E attenzione! Perché nel mezzo ci si potrebbe fermare un altro milione di volte circa, poiché i punti d’interesse mondiale per valore storico-artistico-culturale sono ovunque e alla portata di tutti.

Peccato che l’Italia sia completamente fottuta.

Le mie ragioni del “ora basta, me ne vado” non sfioreranno vette intellettuali inesplorate. Non è mia intenzione infatti scrivere un saggio di politologia o sociologia. Prima di tutto, non ne sarei in grado, e poi sappiamo che per quello c’è la Rai, Mediaset, La7 e circa tutti i quotidiani italiani, che nella pratica dell’infotainment rozzo e improvvisato sono cintura nerissima.

Le mie ragioni sono appunto, le mie.
Ragioni di vita vissuta, quotidiana. Semplici motivi, che gradualmente, giorno dopo giorno, mi hanno portato a dire “basta“.

TUTTI A SCUOLA!

scuola

Sono sempre stato un critico di natura. A scuola mi domandavo il perché di più o meno qualsiasi cosa, e il piacere che provavo nel cercare le risposte a domande che effettivamente di risposte non ne avevano, mi costava parecchia fatica mentale e mi provocava un ragguardevole senso di frustrazione.

Alcuni esempi?

Non capivo come mai nessuno si ribellasse al sistema scolastico, che voglio dire, è totalmente squilibrato.

Tre motivi sostanziali.

Il primo è che un numero indefinito di personcine con passato, presente, caratteri, ambizioni e sensibilità, completamente differenti, vengono quotidianamente inseriti in un sistema standardizzato, e “valutati” secondo schemi prefissati da persone la cui integrità e abilità, sono tutte da dimostrare, ( e non me ne voglia chi insegna di professione, nessuno è infallibile ).

A questo proposito c’era un’immagine che girava tempo fa che riassumeva il concetto. Provo a cercarvela… trovata.

students

Il secondo motivo per cui la scuola non mi è mai andata a genio era questa ossessione per la sufficienza. Vi è uno spettro più o meno ampio di materie che lo studente deve obbligatoriamente fare proprie secondo il sistema di valutazione descritto poc’anzi.

Supponiamo che al simpatico pinguino dell’immagine precedente di diritto freghi zero, e che abbia una predilezione per le materie scientifiche. Alla fine dell’anno il pennuto che sogna di volare da sempre, avrebbe 8 in Matematica e 4 in Diritto.
Durante l’estate la scuola lo costringerebbe ad occuparsi esclusivamente di Diritto, in modo tale che a Settembre dia un esame di recupero per portare quel 4 al 6, e proseguire quindi alla classe successiva.

Risultato? Tendenzialmente a settembre di diritto ne saprà quanto prima, ma i professori chiuderanno un occhio e scriveranno SEI MENO sul documento ufficiale. Mentre la matematica che avrebbe potuto potenziare durante la pausa estiva, sarà rimasta tale e quale e anzi, magari indebolita e/o parzialmente dimenticata.

Il pinguino proverebbe a far notare che con questo sistema non si fa altro che produrre classi di mediocrità a discapito dell’eccellenza, e verrebbe zittito brutalmente dal professore baffuto perché diciamolo: non si ha un opinione così alta dei sedicenni. Generalmente il sedicenne mediamente più maturo degli altri, che esprime le proprie idee e combatte a spada tratta per difenderle, probabilmente prenderà 4 in condotta.

Meglio reprimere ogni sentimento rivoluzionario sul nascere.

L’ultimo motivo, ma non per importanza, è l’ipocrisia che serpeggia tra i banchi delle scuole. Non so da che cosa abbia origine sinceramente, forse dalla cultura cattolico-cristiana che si basa sulla punizione e il pentimento.

Ve la provo a spiegare.
Il terzo anno di liceo ho fatto 52 assenze, forse è ancora oggi il record mondiale dell’istituto, un istituto semi-privato che ben si guardava dal bocciare chiunque, perché si sa: il fatturato e gli utili vengono prima di qualsiasi cosa. Sempre.

Beh, un buon 75% ( sono onesto ) delle mie assenze consistevano in 5 ore presso la biblioteca comunale di Genova o a casa, a studiare ciò che piaceva a me, e a me soltanto.

Non avevo voglia di seguire diritto e storia? ( Attenzione, io amo la storia, ma la professoressa passava le lezioni a leggere il libro di testo che posava sugli enormi seni, e ripeteva a manetta, come avesse davanti un gobbo televisivo… quindi la domanda sorgeva spontanea: perché devo sostare un’ora davanti ad una donna di mezza età che legge il libro che ho comprato a settembre? Io non so leggere? ).

Bene, pensavo fosse mio diritto decidere di studiare tutt’altro e scegliere come spendere il mio tempo, perché si sa, è sacro e spesso non se ne ha abbastanza.

Quindi mi raggomitolavo in un angolo della biblioteca a studiare geografia, scienze della terra, raramente fisica, più spesso letteratura italiana, insomma, ciò che pensavo fosse più in linea con i miei interessi.

Il risultato era sempre lo stesso per mediamente tutti i professori: se non sei a scuola sei a cazzeggiare. Fine. Senza diritto di replica.

Attenzione, perché questo atteggiamento ce lo portiamo dietro anche nel mondo del lavoro. Se ti assenti cinque minuti o ne tardi dieci, non hai voglia di lavorare. Se usi il telefono è perché stai chattando con un troione, se non rispondi alla prima chiamata è perché stavi facendo qualcosa di completamente inutile… etc.

-Notizia flash per i cultori del “i giovani d’oggi non hanno voglia di lavorare”. Viste lo condizioni di cui parlerò più avanti, è assolutamente normale non aver voglia di lavorare.-

Beh, se devo essere sincero, ho assistito al top dell’ipocrisia quando la mia ex professoressa di italiano, donnina di 40 chili capace di mettere in soggezione buonanima di Steve Jobs con la potenza di un solo sguardo, nonché suora, pretendeva di insegnare a fare il genitore ad un’intera classe di gente incredula.

Non ricordo nei dettagli, ma chiesi all’amico pinguino come facesse una donna sposata con un’entità e incapace di avere figli, (poiché vietato da contratto pre-matrimoniale) ad insegnare e giudicare l’operato della totalità dei genitori della società italiana dei primi anni duemila.

Nessuna risposta.

La scuola era finita e già avevo voglia di morire.

LA LAUREA E’ FONDAMENTALE.

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Venne il primo giorno di università, luogo in cui si plasmano le menti del futuro.
Il professore disegnò 9 punti su una lavagna e ci invitò a trovare un modo per unire tutti e nove i puntini senza staccare la penna dal foglio.

Volete provare?

2013-10-16-il-problema-dei-9-punti-1

La soluzione è alla fine dell’articolo. 

Si tratta di un test che dovrebbe farvi ragionare sull’importanza che ha l’approccio alternativo nella soluzione dei problemi. In particolare, dovrebbe spingervi a ragionare fuori dagli schemi.

Potete immaginare il mio entusiasmo? L’approccio era quello giusto. Pensai: parliamone!

Niente. Il sistema universitario era identico a quello del liceo. I metodi di valutazione erano esattamente gli stessi, anzi, spesso si era talmente in tanti che a valutarti chiamavano un ragazzino della tua età o di due anni più grande, nipote dell’amico del fratello del cugino del professore ordinario, che riuscì ad entrare al dottorato l’estate prima per cause a noi sconosciute, ( massimo rispetto per chi ce l’ha fatta davvero ).

Vi era un aggravante rispetto al mondo liceale, e cioè che se non eri frequentante, e come avrete capito, io ho sempre avuto qualche problema con il concetto di frequenza, risultavi fortemente svantaggiato in termini di quantità di materiale da preparare per gli esami.

Ma..?

Non so se è chiaro, forse va specificato, ma si da il caso che l’università non sia gratuita.

Facciamo due conti allora. Supponiamo che un venerdì sera il nostro pinguino torni a casa morto dal lavoro. Con i vestiti che puzzano ancora di fritto si siede al tavolino del monolocale a Sesto San Giovanni, (che paga come una villa extra-lusso a Porto Cervo) e decide di aprire il sito web dell’università e di accendersi una sigaretta.

Scoprirebbe che per il prossimo esame, anziché dover preparare 2 libri come tutti, ne dovrà preparare 4. E due di quei quattro non sono mai stati menzionati a lezione, parola del nerd del corso.

Va da sé che il pinguino mi chiamerebbe infuriato, chiedendomi quale sia precisamente la logica che sottende il tutto. Mi ricorderebbe inoltre, che paga la retta esattamente come tutti gli altri, con l’aggravante del fattore culo che altri non hanno.

Ne seguirebbero due minuti di silenzio e il rumore di una seconda sigaretta che si accende.

L’università è anche l’anticamera del mondo del lavoro e delle relazioni.
Incontri e ti scontri con moltissime persone, e inizi a prendere atto dell’esistenza di una forza misteriosa, paragonabile alla forza di gravità, che raggruppa lentamente e inesorabilmente a sé le persone in orbite differenti che non si incontreranno MAI.

Immaginate una galassia composta di stelle e corpi celesti che vi ruotano attorno.
Ogni stella rappresenta le opportunità di carriera e di gloria.
Ogni planetoide rappresenta la persona nella sua singolarità.
La quantità di soldi che avete in banca voi, o la vostra famiglia, vi dirà a che orbita apparterrete e intorno a quale stella potrete ruotare.

Può succedere che qualche piccolo pianeta lasci la propria orbita per andare a ruotare intorno ad un’altra stella, ma di solito si tratta di una stella meno luminosa di quella precedente.

Il processo inverso è un evento più unico che raro.

Gioco forza, se inizierete a frequentare persone che orbitano intorno ad una stella troppo luminosa per voi, state tranquilli: oggi o domani finirete per scottarvi e precipitare verso una stella di potenza inferiore.

Questa teoria vede la sua massima espressione in Italia, dove il concetto di Opportunità va di pari passo con quello di Conoscenza.

Inoltre, se ci pensate, è più facile essere amico di un povero che di un ricco, non perché il primo sia migliore dell’altro, ma perché costa meno.

Sono leggi di natura sociale.
Non le faccio io.

IL FAVOLOSO MONDO DEL LAVORO.

lavoro

Finita l’università e dimezzato i risparmi del mio vecchio ero pronto ad affrontare il fantomatico “mondo del lavoro”.

Trovai un tirocinio presso un istituto internazionale, ero gasatissimo, feci il mio primo colloquio, balbettavo e non capivo un cazzo ma andò bene. Mi mandarono il contratto da firmare, alla voce stipendio recitava 314 Euro al mese più buoni pasto giornalieri da 5 Euro.

Pensavo ci fosse un errore, han scritto male.

Pagavo 500 euro al mese per un letto in una camera doppia, in un appartamento che definirlo fatiscente è un eufemismo, il mio spazio vitale era composto da una branda come letto, un tavolino dell’Ikea come comodino e un mobile senza anta dove stipare la mia valigia in procinto di esplodere.

I conti non tornavano.
8 ore al giorno di lavoro, 314 euro di stipendio, 500 di affitto.
Buoni pasto da 5 Euro che non sarebbero bastati nemmeno a Pizzo Calabro zona periferica.
Accettai con l’appoggio psicologico del sempre presente padre, ma con l’amaro nel cuore.

6 Mesi dopo stavo di nuovo cercando di orientarmi tra i fumi tossici e la nebbia della pianura padana. Mi orientai malissimo perché finii a lavorare come agente commerciale per una grandissima azienda di telefonia, passavo le giornate in macchina ad ingrassare e bestemmiare sulla tangenziale di Milano. Provando invano a vendere un prodotto inutile, con una paga fissa senza senso e target irraggiungibili.

Dopo altri mesi di ricerca finii a fare il grafico e il video maker in un’azienda dal nome impronunciabile. Lo stipendio salì fino a 1200 euro al mese e lì si fermò.

Avevo finito da 5 anni l’università e continuavo a chiedere 50 euro a mio padre per la benzina ogni weekend.

Tra una riunione paradossale e l’altra, al cospetto di un “Presidente” e l’intero staff a concupirlo che nemmeno il mega direttore galattico nel Tragico Fantozzi ( buonanima ), sviluppai l’odio per tre elementi sostanziali:

Gli stipendi/contratti.
Il lavoro gratuito.
E le banche.

Quanto agli stipendi che dire… sono troppo bassi.
La banalità di questa affermazione potrebbe cogliervi di sorpresa. M’hanno sempre insegnato che più il messaggio è semplice, più è efficace.
Ripetiamo insieme quindi: gli stipendi sono troppo bassi!

E ciò che mi fa veramente incazzare è che quando ne parli in giro, molte persone sono talmente inserite nel sistema pre-esistente, da ritenerla una condizione assolutamente normale.

Ed ecco un’altra grande verità tutta italiana: non importa se il contratto dice che dovrete lavorare 8 ore e che sarete pagati per quelle 8.

Ne lavorerete dieci.

Perché?

Perché il progetto di comunicazione va consegnato, il materiale deve andare tutto in stampa per un evento che durerà 24 ore e per cui l’azienda cliente ha speso 500mila Euro. Peccato che sia la stessa che poi licenzierà 10mila persone perché non può sopportare i costi “eccessivi”.
Oppure perché il cliente va servito fino alla fine, non importa se è un ventunenne petulante al suo settimo cocktail.
O magari perché la signora non ha finito di provarsi il pantalone dell’ultima collezione autunno-inverno, e vive in questa realtà astratta in cui il modo di vestire migliora la persona e il mondo che la circonda.
O magari perché ti entra il tizio sudato in negozio a 2 minuti dall’orario di chiusura perché ha finito i Giga sul telefono, e per qualche strana ragione è convinto che sia tu il colpevole del misfatto. Poi però, si scopre che ha passato il weekend su siti porno dei peggiori, e “Come ti soddisfo la segretaria” in 4K è tutt’altra cosa, specie sullo schermo ultra-tecnologico dell’ultimo modello di iPhone da 1500 Euro, (storia vera).

Si, 1500€ per un telefono che fa le stesse cose di uno da 300.

Ma soprattutto…Perché bisogna sacrificarsi!

Sacrificarsi per un futuro migliore. Per il nome dell’azienda. Per un aumento che non arriverà mai e che se arriverà, non sarà mai abbastanza.

Beh, è ora di finirla.
E’ ora di pagare la gente per il tempo che impiega sul posto di lavoro. Non c’è spazio per i si forse, non c’è spazio per i ma vediamo. Chi lavora va pagato.

Ultimo plauso lo meritano gli istituti bancari e il loro metodo di valutazione dei rischi.
Vedete, c’è una sorta di anacronismo di fondo che si sprigiona quando le richieste di una banca incontrano i bisogni di un cittadino medio italiano.

Chiedono contratti indeterminati che non esistono più, oppure pretendono garanti che hanno bisogno a loro volta di un garante.

Senza contare che i contratti di lavoro in Italia sono ridicoli, oltre ad essere tutti pro-azienda, non permettono l’accesso ad alcun finanziamento. Stage, a chiamata, coccodè, chicchirichì, tirocinio, apprendistato, tempo determinato…

Le banche parlano una lingua morta. Entrare in banca è come entrare in un cineforum che proietta l’ultimo mattone del cinema low budget ungherese. I sintomi post esperienza saranno labirintite e nausea.

Dopo una breve esperienza come freelance, durante la quale “venivo pagato” a 90 giorni dalla consegna, decisi che era scoccata l’ora di andare. Non solo perché per 5 mesi feci da banca ai miei clienti, anticipando lavoro e soldi che poi, in alcune occasioni non ho più rivisto. Ma allo scoccare di ogni termine di pagamento, dovevo andare a bussare e pretendere ciò che mi sarebbe spettato di diritto almeno 3 mesi prima.

Ecco, in breve, queste sono state le motivazioni che mi hanno spinto a cambiare vita e spostarmi dall’altra parte del mondo.

Attenzione però, in Canada non è tutto oro quel che luccica, ma su molti aspetti devo ammettere che non c’è paragone possibile con l’Italia, specie per quanto riguarda il mondo del lavoro.

Fermo restando che il paradiso in terra non esiste, e per quanto mi riguarda non esiste nemmeno nei cieli, ma quello è un altro discorso.

Se volete ho un aneddoto anche su questo. Durante una mia esperienza di lavoro in Africa, ho incontrato alcuni ricercatori che avevano speso i precedenti sei mesi a studiare le civiltà del Centrafrica. Mi raccontavano che molti guerrieri credevano che, bagnandosi la pelle con un unguento fatto di erbe locali, diventasse anti-proiettile. La cosa mi fece sorridere e l’uomo che avevo di fronte mi disse “beh, se ci pensi viviamo in una società in cui le persone credono che sia esistito un uomo capace di moltiplicare pesci, pani e guarire i malati con il tocco di una mano. Ad ognuno le sue.”

Nel caso vi domandaste ancora adesso come si uniscono quei dannati puntini, qui c’è la soluzione.

2013-10-21-il-problema-dei-9-punti-2

Pace.

Un pensiero su “Perché me ne sono andato dall’Italia.

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