Il Canada ritenuto modello internazionale per la regolazione dei flussi dei migranti.

Il Canada guadagna attraverso un flusso di migranti regolato e regolare, che si basa sull’incontro tra domanda e offerta del mondo del lavoroApplicare lo stesso metodo in Italia darebbe slancio all’economia, ma è chiaro che le differenze tra le due realtà appaino considerevoli.

“Verifica a tua idoneità” è il primo invito del portale del governo canadese dedicato all’immigrazione. Si è guidati passo passo nella compilazione di un modulo online e nella registrazione di un proprio account personale, da cui il candidato può monitorare il processo di immigrazione ogni qualvolta lo desideri.

Con questo sistema il Canada tra il 2011 e il 2015 ha fatto entrare una media di 260 mila persone l’anno, selezionando chi conosce meglio le due lingue ufficiali del Paese, inglese e francese, e chi ha maggiori esperienze e competenze (skilled workers).

Nel 2016 Ottawa ha superato i 300 mila ingressi, che era stato fissato come obiettivo in quanto l’immigrato è considerato risorsa e non “spesa”, o ancora peggio: “fastidio”.

Sul sito del governo è disponibile 24h su 24h un “jobs bank” costantemente aggiornato, una banca dati che raccoglie migliaia di offerte di lavoro su tutto il territorio canadese.

Ma tendenzialmente le sole competenze non bastano. L’accesso al Paese è consentito non solo a chi dimostra di essere in grado di trovare lavoro e di possedere le idoneità richieste, ma anche di avere a disposizione una somma sufficiente di denaro per la sopravvivenza nel primo periodo.

Inutile dire che in Italia non c’è un sistema analogo di accesso. Di fatto non ne esiste nemmeno uno. L’unico strumento disponibile è il decreto flussi, che negli ultimi anni è stato via via ridotto nei numeri e che oggi consente l’ingresso praticamente solo agli stagionali. L’unica possibilità che resta a chi vuole venire in Italia a lavorare è tentare le vie del mare e dell’illegalità, rischiose e costose.

La traversata in barcone vale da 700 fino a 1500 euro a testa. Chi non viene dal Maghreb è solito viaggiare per mesi a bordo di camion e fuoristrada attraverso Sudan o Ciad e a ciascuno vengono richieste cifre variabili tra i 1500 e i 6000 euro, che al netto del cambio equivalgono ad una fortuna.

A queste spese si aggiungono quelle degli italiani. Nel Def del 2017 figuravano 4,2 miliardi di euro, pari allo 0,25% del Pil: il 19% per il soccorso in mare, il 68% per l’accoglienza e il 13% per sanità e istruzione. A cui si sommano i 99 milioni di euro che l’Italia si è impegnata a dare alla Turchia nell’ambito dell’accordo con l’Ue, più tutti gli aiuti che Roma sta promettendo a molti Paesi africani.

Quando un migrante arriva nel nostro Paese, l’unica possibilità che ha di restare è compilare la domanda di asilo. Per i primi due mesi non può lavorare e quindi è totalmente a carico dello Stato. Dopo i 60 giorni può essere impiegato. A quel punto molti trovano un lavoro. Aspettano mediamente un anno e mezzo una risposta, e intanto lavorano. Ma se la richiesta di asilo viene respinta, tornano clandestini. 

Il Centro studi di Confindustria (Csc) stima che senza l’apporto di lavoro straniero, il Pil italiano nel 2015 sarebbe stato di 124 miliardi più basso, l’8,7% in meno. Su 5 milioni di migranti regolari presenti in Italia, sono solo 3,4 milioni quelli che fanno un Cud.

Già diverse imprese italiane sono state costrette a scrivere al Prefetto per richiedere che non fossero espulse le persone che avevano assunto. Alcuni dei migranti sono riusciti ad ottenere la protezione umanitaria che non si tratta di un vero e proprio permesso di lavoro, ma di un’escamotage affinché possano restare in Italia.

Risulta chiaro come il flusso di migranti debba gioco forza divenire tema centrale di discussione del prossimo governo, se si riuscirà a metterne insieme uno.

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